La guerra è finita. I nativi digitali hanno vinto

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Foto: Erin Patrice O’Brien.

Interessante articolo, quello di Hanna Rosin, giornalista dell’Atlantic. “La guerra è finita. I nativi digitali hanno vinto” scrive, riportando le parole dell’esperto di educazione e tecnologia Marc Prensky, di cui descrive la filosofia genitoriale radicale. “Il suo bambino di sette anni legge libri, guarda la tv, gioca con le costruzioni e con la playstation, e lui tratta tutte queste cose nello stesso modo. Non pone nessun limite. A volte suo figlio gioca con una nuova applicazione per ore, ma poi, mi ha detto, si stanca. Prensky gli permette di guardare la tv anche quando pensa che sia – uno stupido spreco di tempo -. Per esempio, ritiene che Sponge Bob Squere Pants sia un programma inutile e fastidioso, ma ha usato il rapporto tra SpongeBob e Patrick, la stella marina che gli fa da spalla, per insegnare a suo figlio qualcosa sull’amicizia. Viviamo nell’era degli schermi e dire a un bambino sono contento quando leggi un libro ma non mi piace quando guardi quello schermo è ridicolo. Riflette i nostri pregiudizi. E’ solo paura dei cambiamenti, di essere tagliati fuori. La visione del mondo di Prensky” scrive la Rosin ” mi ha colpito molto. Un libro è sempre meglio di uno schermo? Mia figlia spesso usa i libri per evitare i rapporti sociali, mentre mio figlio usa la playstation per stare con gli amici.”

Chiedersi da che parte stare forse non è la domanda giusta.

Nel mio lavoro incontro molti genitori preoccupati che mi chiedono conferme sui loro metodi di gestione dell’utilizzo dei nuovi media da parte dei figli, tendenzialmente la loro reazione è quella di schierarsi a favore o contro. Più spesso contro, e tante volte proprio questi stessi genitori utilizzano ad intermittenza il loro smartphone mentre mi parlano e vanno a prendere i figli in macchina anche se la strada non è troppo lunga.

Quello che spesso si dimentica è l’inutilità di adottare una posizione troppo rigida quando parliamo di figli e troppo indulgente con noi stessi sapendo bene che sarà il nostro comportamento a passare il messaggio più potente. Quello che la nostra generazione, quella dei genitori di oggi, fatica ad accettare è forse che i nostri figli utilizzino le nuove tecnologie con meno sensi di colpa, senza quell’idea di tradimento del proprio corpo ma con un’accettazione della tecnologia stessa come corpo. Nel mio lavoro mi viene spesso chiesto dove sia il corpo, dove la materia, ma la domanda da riformulare oggi è cosa è corpo e cosa materia, e questo lo possiamo scoprire solo insieme a loro, nativi e migranti digitali aperti in un dialogo, player degli stessi giochi con consapevolezze differenti, profili con gli stessi mezzi ma con contenuti che scorrono su diversi livelli.

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fonte immagine: WIRED “Genitori ai tempi dello smartphone”

Quando si parla di internet e nuove generazioni spesso si porta ad esempio la modalità di muoversi attraverso le informazioni come in un mare infinito. Ai nativi digitali si attribuisce la capacità di navigare rapidamente su di un asse orizzontale, espandere la rete in modo esponenziale, movimento tipico della globalizzazione di oggi. Ai migranti digitali invece si attribuisce meno capacità di espansione fluida ma più attenzione ad espandersi lungo quell’asse verticale tipica delle immersioni in profondità. Diciamo che questi sono oggi i due metodi con cui due generazioni a confronto si muovono nel virtuale. Alla luce di questa metafora non rimane che affrontare insieme la traversata, consci entrambi della possibilità necessaria di adottare uno sguardo il più ampio possibile, che aiuti a filtrare la luce anche attraverso le acque più impervie.

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fonte immagine: stati generali x nativi digitali

 

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