Percorsi in psichiatria

Da settembre 2012 inizia la mia attività di arteterapeuta presso il Centro Diurno per la riabilitazione psichiatrica Shalom all’interno dell’ospedale di Gorgonzola (MI). Per volontà del gruppo di artisti che frequenta il centro poco dopo nasce l’Ockra Atelier, uno spazio libero e condiviso per la creatività attivo settimanalmente e con lo scopo di diventare un punto di riferimento dove praticare la propria arte, sperimentare ed affinare diverse tecniche ed entrare in contatto con il territorio attraverso eventi e mostre collettive.

“E’ una zona liminale, quella che produce, qui e ora, la pratica creativa,dove ogni cosa accade, il silenzio si carica di parole, le forme si rivelano dense di simboli inconfondibili  e l’arte,potente, esplora, risolve, frammenta e ricompone. E gesto dopo gesto arriva la composizione perfetta.” C.A.

L’arte ha sempre avuto un ruolo centrale nella narrazione delle storie, individuali e collettive, al suo potere iconografico si affida la memoria della nostra storia. Questo processo lo possiamo osservare lungo il susseguirsi delle epoche, ma anche, senza andare troppo lontano, durante una pratica creativa in atelier, dove ogni artista si dedica alla creazione della propria opera dando corpo al  proprio vissuto, il proprio modo unico di osservare il mondo. Ed è proprio attorno al concetto di unicità che ha preso vita il percorso artistico all’interno dell’Ockra Atelier, caratterizzato fin dal principio da una forte sperimentazione dei materiali e dei diversi supporti, accolta molto bene da ogni membro del gruppo. Materiali che col susseguirsi delle esperienze sono stati utilizzati in autonomia e con soddisfazione da ognuno, rendendo possibile lo sviluppo di una autentica e propria dimensione creativa e di un particolare linguaggio. Ed è attraverso questo linguaggio che ogni artista ha incominciato a riconoscersi all’interno del gruppo, e viceversa. E’ un meraviglioso processo di archiviazione di immaginari, memorie.

Il sopra citato Hic et Nunc dell’atto creativo, non è altro che questo, tradurre il desiderio di definire un luogo e un tempo specifico per dedicarsi pienamente all’espressione del sè, trasformando gli stati d’animo, attingendo ai poteri intuitivi e generativi di immagini e simboli. Se questo avviene è grazie ha una buona alchimia fra corpo e materia, e la giusta dose di incertezza. La sublime incertezza che ci permette di contemplare e immaginare nuove possibilità attraverso l’esperienza visiva e di vivere noi stessi in maniera sempre rinnovata.

Riformulare il tempo. Arte in SPDC

Da due anni svolgo la mia pratica di arteterapeuta presso l’SPDC di Melzo. Fin dal principio la volontà è stata quella di creare e dare vita, ad ogni incontro, ad un momento speciale, un atelier istantaneo libero e creativo, dove guadagnare tempo e spazio per sé, al riparo da una certa routine, tipica della vita di reparto. Mese dopo mese l’atelier ha preso forma e in questi tre anni ha accolto un buon numero di persone. Qualcuno ha vissuto la stanza atelier come un pretesto per stare in gruppo, qualcuno per prendere un momento di pace, qualche d’un altro si è munito in fretta dei materiali proposti per creare un’opera, un disegno, un dipinto, un’impronta da affidare all’arteterapeuta, pronta ad accogliere. Nel tempo ho osservato, nelle persone che hanno attraversato questo luogo, la necessità di mostrare e mostrarsi attraverso un linguaggio non verbale spesso utile all’esternalizzazione di esigenze ed emozioni altrimenti difficilmente comunicabili. In un contesto dove talvolta il tempo sembra scardinarsi da usuali binari l’arte assume il suo potere di “riconoscimento”, indifferentemente da chi e da come si compie e dal valore di realizzazione e comunicazione del manufatto artistico come contenitore e custode di un vissuto passato e presente e dei desideri futuri. Un momento creativo atto a riformulare il tempo, dunque, generatore di un dialogo fra noi e il mondo.

Il suono profondo dell’immaginario

Giorgio Bedoni psichiatra e psicoterapeuta, DSM ASST Melegnano e della Martesana , docente all’ Accademia di Brera.

Intervistato su una lunga vita di grande studioso dell’immaginario, lo storico lituano Jurgis Baltrusaitis ricordava il valore essenziale dei confini e di tutte quelle linee di frontiera che ne avevano guidato la ricerca: il margine, racconta Baltrusaitis, è il luogo dove accadono le cose più importanti e dove, in certi casi, si trova ciò che realmente conta. Gli atelier nati nei luoghi della cura sono, talvolta, di questi luoghi: lungo linee di confine tra arte e psichiatria divengono spazi potenziali per esperienze conoscitive insolite, capaci di accogliere fragilità ed esperienze che chiedono tempo per esprimere linguaggi e qualità espressive. L’esperienza condotta nell’Ockra Atelier appartiene a questo genere di creatività, figlia di un processo che incrocia l’ascolto al dialogo paziente con la materia dell’arte,vero e proprio cuore profondo di ogni esperienza artistica. Gli atelier contemporanei corrono lungo il filo di una lunga tradizione, che affonda le sue radici nella storia stessa della psichiatria, dalle ottocentesche scuole d’arte degli asili manicomiali ai pionieristici laboratori sorti in Europa nel secondo dopoguerra, che facevano propria l’idea di una attività artistica libera da procedure direttive, in alcuni casi caratterizzata da dichiarate finalità terapeutiche. Una ragione che guida ancora oggi molte esperienze nel nostro paese, individuando negli atelier il luogo dove è possibile dar voce a bisogni espressivi, solo in presenza di qualcuno, come ricordava nei suoi folgoranti paradossi Donald Winnicott, liberi di sperimentare in quello “spazio potenziale” che sempre lo psicoanalista britannico riteneva la sede originaria dell’esperienza culturale.