L’isola di Caprera (nuove stupefacenti connessioni)

Era l’estate del 2009 e mi trovavo sull’isola di Caprera, nell’arcipelago della Maddalena. Ero lì per lavoro, mi occupavo di un ragazzo di 11 anni, vissi 3 settimane nella casa sul mare con la sua famiglia, la madre e la sorella quattordicenne. Il tempo fu sempre meraviglioso, la spiaggia di fronte a casa era di sabbia bianca e fine, io e Leo (utilizzerò dei nomi fittizi per questione di privacy) passammo molte ore all’aria aperta. Ogni volta che rientravamo in casa sua sorella era immersa nel PC della madre, non c’era modo di convincerla a farci compagnia in riva al mare. Appena sveglia il suo pensiero era connettersi e l’ultima cosa che faceva prima di dormire era controllare la chat. Il suo stato on-line era diventato quell’estate il metro di misura con cui la madre otteneva delle cose da lei. Qualsiasi richiesta in cambio di un quarto d’ora di connessione ancora. Tutto questo appariva in quella casa a tratti inquietante, a tratti rassicurante, Annie era di continuo impegnata in faccende che non ci coinvolgevano ma il suo corpo era sempre presente, al sicuro e vicino alla sua famiglia.
Un pomeriggio convinsi Annie a fare due passi sul molo mentre Leo riposava, mi ricordo che rimasi colpita dal pallore del suo corpo che camminava sotto il sole abbagliante. Parlammo di molte cose, Annie aveva un particolare senso dell’umorismo e un’attenta visione del mondo, fu piacevole chiaccherare con lei. Attinsi (per quanto potevo) dalla mia conoscenza delle chat più in voga a quei tempi fra gli adolescenti per chiedere a Annie qualcosa sulla sua vita on-line. Lei dapprima fu presa alla sprovvista del mio interesse verso certi metodi di vita in rete e incominciò a raccontarmi timidamente delle sue amicizie virtuali. Dopo poco il racconto si fece più entusiasmante, la mia curiosità cresceva e ad Annie non parve vero di poter raccontare liberamente tanti segreti. Mi parlò di quella o di quell’altra identità che utilizzava all’interno delle chat, una aveva capelli lunghi neri, un’altra era un ragazzo di diciotto anni, il famoso batterista di una band un’altra ancora una ragazza alternativa con i capelli blu e così via. Annie in rete aveva creato una moltitudine di sé e ogni sé aveva un mondo a cui appartenere, amici, passioni, gusti musicali da condividere e un fiume di parole da dire. Dialoghi scambiati con altri adolescenti su altre spiagge vicine e lontane. Cercai di apparire curiosa ma comunque comprensiva come se in fondo un tale groviglio di esistenze fosse del tutto normale. Di fatto rimasi estremamente colpita dai racconti di Annie, dalla sua ingenua descrizione di un nuovo stato del sé, e dalla fluidità che acquistava il suo corpo inconsistente alla luce di quelle parole.
Lo stato di connessione dava ad Annie una nuova possibilità di sperimentare e ricreare la propria identità, le donava la sensazione di avere accesso a una zona franca, ciò che Erik Erikson chiamava moratoria cioè un periodo relativamente privo di conseguenze, in cui gli adolescenti fanno quello che hanno bisogno di fare: innamorarsi e disinnamorarsi di persone e idee. La vita reale non sempre fornisce questo genere di spazio, internet si. Sotto questo profilo internet ci fornisce nuovi spazi dove agire e nuovi strumenti per rielaborare in modo sempre più sofisticato la nostra identità.
Incontrai tante altre Annie negli anni a venire, con una grande voglia di essere comprese e appoggiate in questo viaggio verso la costruzione di un nuovo paradigma  e questo mi convinse più di ogni altra cosa ad avvicinarmi a certi strumenti e a capirne almeno in parte il loro funzionamento. La creatività, l’arte, si presentano anche in questo nuovo scenario come un ponte, un linguaggio universalmente traducibile, e non per altro, sempre più numerosi artisti stanno adottando le nuove tecnologie in termini di rappresentazione del contemporaneo.
Se pensiamo quindi alla Terapeutica dell’Arte come a un dialogo con la materia personale e riflessivo che diviene nel processo in atelier dialogo e relazione con l’altro, se consideriamo il processo creativo un processo di conoscenza di sé attraverso le tecniche e i materiali come non prendere in considerazione i nuovi strumenti tecnologici e i nuovi spazi virtuali per cogliere le trasformazioni attuali di tali processi? Decidere o no, di considerare questi fattori facenti parte ormai del reale, non cambierà comunque il corso degli eventi. Non fermerà la rapida evoluzione tecnologica e l’ampliarsi di quel divario intergenerazionale che caratterizza inevitabilmente quest’era digitale.
E’ proprio alla luce di queste riflessioni che  da diverso tempo il mio interesse e la mia ricerca artistica e teorica vertono verso lo studio della simulazione interattiva come nuova forma di rappresentazione dell’umano.