Un’oceano virtuale a Berlino

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“Percepiamo il mare soprattutto come una sostanza in cui immergerci. Dal sentimento oceanico di Freud- la nostalgia umana per la perduta comunione con la natura madre acquatica- alle immersioni contemplative di Jacques Cousteau e alla sua riverenza per il regno subacqueo, la cultura europea e americana è piena di immagini del mare come zona i cui confini tra l’io e il mondo si dissolvono. E, in effetti, qualche presenza totale e non mediata nelle profondità marine è divenuta un latore di segnali per l’oceanografia. Gli scienziati di settore sono passati dal dragaggio coi secchi alla mappatura del fondale marino con il sonar fino all’impiego attuale di robot comandati a distanza e sommergibili con presenza umana che riportano dei ritratti vivi del mondo sotto la superficie dell’acqua. Queste tecnologie fanno molto più che fornire informazioni. Come ha sottolineato l’antropologo Charles Goodwin, gli scienziati incontrano il mare attraverso una fitta boscaglia di apparecchi tecnologici che arrivano impacchettati con una serie di relazioni sociali-relazioni spesso intessute già nella struttura delle stesse navi di ricerca…Gli scienziati non si vedono tanto alle prese con una percezione a distanza  quanto con una percezione interiore.” Percezioni interiori, Stefan Helmreich

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E’ il filtro digitale attraverso cui oggi osserviamo l’esistenza di un oceano virtuale che paradossalmente ci permette una conoscenza più approfondita del mare vero. Proprio alla luce di queste riflessioni nasce l’dea del laboratorio multimediale svolto in un Kindergarten di Alt-Moabit, a Berlino a giugno del 2012. Far nuotare i bambini in un mare digitale è stato solo una parte dello sviluppo di un progetto più ampio che ha compreso tanti tipi diversi di laboratori sul tema di una fiaba che aveva a che fare con i pesci e l’Africa, nella fiaba non si parlava di mare ma di un grande fiume, ma ai bambini è stata l’idea dell’acqua come elemento di per se a interessare di più, e ben presto il fiume è diventato oceano e l’oceano profondità acquatiche in cui giocare. In quel periodo alla DAM gallery di Berlino c’era la personale di Joan Leandre con la serie  In the Name of Kernel!evocazione intensa della natura degli elementi, questo mi ha fatto pensare alla natura, nella sua essenza, analizzata attraverso il filtro del virtuale. In occasione della mostra ho acquistato il libro The world of digital era, raccolta di opere e artisti a cura di Wolf Lieser contenente un DVD con una serie di video fra cui l’opera Wave di Mark Napier. Questa rappresentazione dinamica ma non troppo dirompente del mare è stata perfetta per i bambini. Abbiamo creato all’interno del Kindergarten una stanza per la completa immersione nell’oceano virtuale dove i pesci bambini potevano muoversi liberamente e nuotare fra i riflessi di luce azzurra.

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Per il finale della fiaba abbiamo fatto una gita di un giorno al Britzer Garten e i bambini hanno giocato in un laghetto in mezzo agli alberi. Questo perchè l’elemento acqua virtuale non sostituisce quella di un lago vero, genera semplicemente due esperienze differenti. Concludo con le parole, in questo caso davvero appropriate,  di Sherry Turkle di introduzione al testo Il disagio della simulazione Ledizioni 2011.

Spesso racconto la storia di Rebecca che a otto anni veleggiava con me su un mediterraneo azzurro da cartolina gridando – Guarda mamma, una medusa! Sembra così vera!- comparando quella vista nel mare con quella che spesso appariva sullo schermo del computer di casa nella simulazione delle creature marine. Per Rebecca e i suoi amici la simulazione è una seconda natura. Ho voluto scrivere un libro che la facesse sembrare meno reale, cercando di ricordare loro che essa porta con sé nuovo modo per vedere le cose ma anche per dimenticarle.

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