L’inattualità del corpo_un’idea obsoleta

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Io in – your shape kinect – xbox360

Circa un’anno fa, durante un volo poco tranquillo fra Orio Al Serio e Shonefeld, per vincere la tensione scrissi di getto qualche riga, un pensiero ovviamente dettato dalla paura per le lunghe manovre di un atterraggio difficile, ma che, nella loro essenza, descrissero uno scenario possibile, in cui non faticai ad immergermi.

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L’inattualità del corpo
Milano/Berlino 29/11/2011

Quando hanno annunciato che l’aereoporto di Shonefeld era chiuso temporeggiavamo già da 20 minuti nel cielo sopra Berlino, la ragazza seduta di fianco a me ha incominciato ha interrogarmi sulle riserve di carburante, le intenzioni del pilota, ma io cosa ne potevo sapere? Le ho raccontato che una volta a causa della troppa neve il mio aereo aveva fatto scalo ad Hamburgo, ma non era vero.
Ho allungato un pò il collo per guardare verso la cabina di pilotaggio ma delle hostess nemmeno l’ombra.
Non ho mai avuto paura di volare, quand’ero bambina gli aerei mi sembrano molto più grandi, ci camminavo dentro, lunghissimi voli oltreoceano che bucavano il tempo dove mi imbambolavo a guardare film e il cibo sembrava quello per astronauti, e quando arrivavi era la stessa ora di quando eri partito. Ancora non tocchiamo terra.
Provo a guardare dall’oblò ma è tutto bianco e denso. Ogni cosa è densa, l’atmosfera della nube che ci avvolge, i pensieri lugubri dei passeggeri, i nostri corpi agganciati ai sedili. Troppa carne e troppi nervi, penso, ci vorrebbe la sublime inconsistenza della rete. La rete che accoglie, comunque, e niente corpo. La penombra dell’interfaccia che filtra tutti i gesti. Niente pianti isterici nella notte, niente fraintendimenti, niente segreti taciuti. Comunicazione esatta, composta, trasparente, senza troppe combinazioni, senza mani, senza bocca senza occhi senza tutti quei baci che confondono. Altro che indifferenza dei sistemi reticolari, penso, è ora di affrontare l’inattualità di questo corpo ingombrante, la possibilità vacua di una fatale sparizione e abbandonarsi al dolce pensiero di una frattale dispersione.Che duplica, che triplica che quadruplica e moltiplica ancora all’infinito. Un’identità frammentata, per così dire, condivisa, scambiata assediata e frazionata. Senza nome ma con infiniti nomi, senza connotati ma con infiniti connotati, in nessun luogo, in tutti i luoghi. Questo scenario possibile eviterebbe almeno situazioni scomode, come questa. E smetteremmo di dover infilarci dentro a degli aerei per spostarci, cosa che, per quanto mi riguarda, ha il sapore nostalgico di un retaggio anni 80, dove tutto era possibile, il mio corpo agile non aveva mai fame, e in televisione i vestiti succinti delle pattinatrici del drive in intrattenevano anche noi bambini.

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Quella fu l’unica occasione in cui bramai senza remore la fuga da un corpo, inerme prigioniero di un’aereo impazzito, e senza pensarci un momento vidi nella rete la realizzazione del mio sogno.
Che tale migrazione stia avvenendo da anni non fui certo io la prima a capirlo, quel giorno. Edward Castronova nel suo libro Synthetic Worlds: the business and culture of online games già nel 2005 descriveva l’abbandono del corpo da parte di milioni di residenti della comunità virtuale di Second Life e non solo. Molto è stato scritto sull’inattualità del corpo e sulle sue più disparate conseguenze.
E’ da un pò di tempo, però, che noto una decisiva inversione di tendenza.
Si poteva immaginare forse, osservando le famiglie con la loro wii, intente a giocare nel salotto di casa, ma io noto che solo ora la ricomposizione del corpo nel virtuale si sta realmente diffondendo. Un corpo trasformato dal virtuale stesso, certo, un corpo che non è immune dalla fluidità del cyberspazio, ma comunque un corpo, il nostro.

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All’ultima games week a milano sono rimasta sbalordita dalla quantità di ragazzi e ragazze intenti a muoversi all’interno dei vari game, la precisione dei dispositivi e la voglia di utlizzare mani, braccia e addirittura piedi, busto, gambe, è travolgente.
Così, davanti a tale spettacolo, la definizione di un corpo inattuale mi è apparsa di colpo obsoleta.Pochi giorni fa parlavo con Tiziana Tacconi, coordinatrice del corso di Terapeutica Artistica all’Accademia di Brera di milano. Mi ha raccontato del suo lavoro in atelier, di quanto l’osservazione dei movimenti del corpo nei confronti della materia le raccontino le storie dei suoi pazienti. Quello stesso giorno avevo appena comprato Reti di indignazione e speranza di Manuel Castells e con il libro nella borsa pensavo a tutta la potenza dei movimenti sociali nella rete e non ho potuto fare a meno di mettere a confronto il cuore di due epoche,  l’unione dei corpi in una piazza, la forza libera delle idee in internet . Lei ha condiviso con me il pensiero di un grande potenziale del virtuale e dell’impossibilità di non riflettere e lavorare su tutto questo… ma poi mi ha ricordato quanto sia urgente l’esigenza di ritrovare il nostro corpo, in quel virtuale. Così mi è venuto in mente come sempre il progresso tecnologico vada veloce, molto più veloce del tempo che noi impieghiamo a metabolizzarne le conseguenze, e ho visto prendere forma davanti a noi ancora una volta un nuovo scenario imprevisto, ma possibile.

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